A proposito di voto in condotta


Sembra che nelle ultime settimane l’unica questione rilevante – per quel che riguarda la scuola – sia quella legata al voto in condotta.

Dopo gli ultimi epiloghi dei fatti di Rovigo – in particolare l’ispezione del Ministero e la richiesta da parte del Ministro di rivedere il voto in condotta di alcuni studenti coinvolti – sui giornali è stato tutto un fiorire di articoli in merito.

Tranne alcune eccezioni (come ad esempio l’articolo di Marco Campione o l’intervista alla sindacalista Manuela Calza) si tratta di articoli tendenzialmente centrati sulla necessità di mettere dei paletti a questi ragazzi (come ad esempio il Caffé di Gramellini del 23 giugno o l’articolo di Giampiero Falasca ).

Se – da un punto di vista educativo – il mettere dei paletti è assolutamente necessario, non penso però che sia il vero punto focale della questione, perché questa azione di “contenimento” da sola non funziona.

I “paletti” (le regole e il loro rispetto) funzionano innanzitutto quando a metterli sono degli adulti autorevoli (ne abbiamo già parlato qui) e credibili: degli adulti che si sono preoccupati di dare il buon esempio (perlomeno si sono sforzati in questa direzione) coi fatti prima che con le parole (e da questo punto di vista temo che non siamo messi molto bene).

E poi questi paletti devono essere parte di un approccio educativo più ampio da cui i ragazzi possano capire che sono uno strumento pensato per il loro bene da parte di adulti che ci tengono (non solo a parole) a loro.

Altrimenti quei paletti diventano solo un modo per rimarcare lo sbaglio commesso. 

Se un adolescente a inizio anno scolastico commette un errore (cosa tipica di un adolescente come ben ci ricorda Alessandro Chelo partendo da un’altro fatto della recente cronaca ), e per questo viene punito, segue un percorso di recupero con lo psicologo (poi qualcuno magari mi spiegherà perché un percorso di recupero educativo deve essere guidato da uno psicologo e non un educatore… ma questa è un’altra storia) e a fine anno si è rimesso in carreggiata perché non può essere valutato per quello che è oggi? No, secondo alcuni dobbiamo comunque tenere conto dell’errore commesso. Mi chiedo se l’anno prossimo potremo valutarlo per come si comporterà o se dovremo – seguendo questa logica perversa – comunque togliergli un punto in condotta perché l’anno precedente ha commesso un errore… 

Mentre ragionavo su questi temi mi è – del tutto casualmente – ricapitato in mano il libro Insegnare a vivere in cui Edgar Morin ci propone un’interessante riflessione che ben si adatta a questo tema:

…capiremo ciò che dice Hegel: se definite criminale qualcuno che ha commesso un crimine, lo riducete e lo rinchiudete in un comportamento che non tiene conto dell’insieme dei tratti del suo carattere. Ridurre una persona al suo passato significa mutilare le sue evoluzioni ulteriori. Non si devono ridurre gli altri né al loro peggio né ai loro errori passati.

Edgar Morin, Insegnare a vivere.Manifesto per cambiare la scuola, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019, p.90

In fondo questa sfida è quella che ha mosso don Bosco ad avviare la sua opera educativa. L’oratorio salesiano nasce proprio dalla visita del giovane sacerdote alle carceri di Torino. Ecco come ce ne parla nelle Memorie dell’oratorio:

Per prima cosa egli [don Giuseppe Cafasso] prese a condurmi nelle carceri, dove imparai tosto a conoscere quanto sia grande la malizia e la miseria degli uomini. Vedere turbe di giovanotti, sull’età dei 12 ai 18 anni; tutti sani, robusti, d’ingegno svegliato; ma di vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentar di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire. L’obbrobrio della patria, il disonore delle famiglie, l’infamia di se stesso erano personificati in quegli infelici. Ma quale non fu la mia meraviglia e sorpresa quando mi accorsi che molti di loro uscivano con fermo proposito di vita migliore ed intanto erano in breve ricondotti al luogo di punizione, da cui erano da pochi giorni usciti.

Fu in quelle occasioni che mi accorsi come parecchi erano ricondotti in quel sito perché abbandonati a se stessi

Giovani Bosco, Memorie dell’oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855, LAS, Roma 1991, pp.119-120

Ed ecco come – poche pagine dopo – don Bosco chiude il ricordo dell’incontro con Bartolomeo Garelli l’8 dicembre 1841 (incontro che per tradizione viene considerato come la nascita dell’oratorio festivo)

Fu allora che io toccai con mano, che i giovanetti usciti dal luogo di punizione, se trovavano una mano benevola, che di loro si prenda cura, li assista nei giorni festivi, studi di collocarli a lavorare presso di qualche onesto padrone, e andandoli qualche volta a visitare lungo la settimana, questi giovanetti si davano ad una vita onorata, dimenticando il passato, divenivano buoni cristiani ed onesti cittadini.

Giovani Bosco, Memorie dell’oratorio di S. Francesco di Sales dal 1815 al 1855, LAS, Roma 1991, pp.122-123

Allora forse non si tratta di “inasprire le pene” per gli studenti irrequieti, ma di costruire una scuola che sia un luogo veramente educativo per tutti i ragazzi, specialmente quelli che faticano di più. Un luogo in cui – a differenza di altri momenti della loro vita – possono incontrare degli adulti autorevoli (più che autoritari) preoccupati di accompagnare ogni ragazzo a diventare il meglio che può essere.


immagine di copertina di mandygodbehear da iStock photo