Sbagliare non è un problema…


Giorni fa, durante una video-riunione con un gruppo di insegnanti, emergeva il tema del cheating. Se il termine non vi suona familiare non preoccupatevi, anche io ci ho messo un’attimo a focalizzare. In inglese il verbo to cheat significa barare o imbrogliare e quindi stiamo ragionando sul fenomeno dei mille trucchi per copiare o farsi suggerire durante la DaD (forse avete sentito la bizzarra ipotesi di bendare gli studenti durante le interrogazioni on line per evitare che possano sbirciare da monitor o foglietti di appunti). Ma il cheating è solo il sintomo di un problema molto più profondo: come intendiamo l’errore nel percorso formativo/didattico?

Non so se è vero o se è solo uno di quei miti che ci continuiamo a trasmettere sulla cultura americana, ma mi sembra che l’approccio statunitense all’errore sia sintetizzabile dal motto “ogni errore è un passo in più verso il successo” perché sbagliando ho capito cosa non fare e eviterò di farlo alla prossima occasione.Vero o meno, è l’esatto contrario dell’approccio culturale italiano (salvo rare eccezioni). Per noi uno sbaglio è una macchia indelebile con cui dovremo fare i conti a vita (una bocciatura diventa un’onta perenne che pesa sul proprio curriculum).

Questo, è evidente, finisce col generare un ansia da prestazione enorme e spinge quasi inevitabilmente a sfruttare ogni mezzo (più o meno lecito) per evitare l’errore (quasi si tratti di una questione di vita o di morte).

E, se ben guardiamo, non è solo un problema degli studenti. Quando – tanto per fare un esempio recente – un Ministro, inavvertitamente, spiegando il concetto didattico dell’Imbuto di Norimberga, si lascia scappare l’espressione “lo studente non è un imbuto da riempire di conoscenze”, non è di per sé un grosso problema. Capita a tutti – soprattutto se sottoposti a forte stress – di sbagliare. In un mondo ideale, basterebbe ammettere l’errore e la questione finisce lì. Ma secondo il “principio” culturale italiano visto sopra, per cui l’errore è una macchia indelebile, non si può ammetterlo e quindi ci si arrabatta – un po’ come gli studenti durante l’interrogazione – per cercare di giustificare quello che si è detto (dimenticando il saggio detto padovano secondo cui “xe pèso el tacòn del buso” – il rimedio è peggiore del danno).

Se vogliamo approfondire la questione possiamo analizzare l’idea didattica che c’è dietro all’errore riflettendo sul concetto di curva di apprendimento.

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Proviamo a osservare come viene rappresentata, nella scuola tradizionale, la curva di apprendimento (vedi fig. 4). La curva parte da zero (ci si aspetta che prima dell’intervento dell’insegnante gli alunni non sappiano pressoché nulla) e ha un picco quasi verticale corrispondente al momento in cui avviene la spiegazione. Ma se pensiamo alla vita reale gli apprendimenti, soprattutto le competenze, si comportano in modo diverso. Intanto non si parte quasi mai da zero.
Anche quando si affronta qualcosa di nuovo si ha un minimo di informazioni (anche solo per aver visto qualcosa di inerente in televisione).
E poi la curva sale prima piano (una prima fase in cui si fanno ancora molti errori), poi accelera (quando “ci si prende la mano”) e infine rallenta (quando si devono affinare gli apprendimenti) per poi stabilizzarsi.

Giulio Tosone, Ma è questa la scuola?! pp. 75-76

Forse siamo stati così a lungo abituati a nascondere gli errori (più o meno come la polvere sotto i tappeti) che fatichiamo a concepire una didattica che contempli (e magari utilizzi) l’errore. 

Dovremmo, invece, imparare ad accettarlo come parte naturale del processo di apprendimento, a riconoscerlo e a segnalarlo (perché fare finta di niente di fronte a un errore non aiuta a migliorarsi) ma senza caricare l’enfasi sull’errore. Semmai dobbiamo aiutare i bambini a gestirlo, a metabolizzarlo, anche perché tutti noi  sbagliamo e sbaglieremo sempre nella vita. Di fronte alla fragilità dell’alunno che sbaglia, viene spontaneo ripensare ad Alberto Manzi che raccontando la sua esperienza di insegnante in televisione nella mitica trasmissione “Non è mai troppo tardi” diceva:

Sa quante volte io ho sbagliato in televisione, di proposito, per far vedere che sbaglia pure il maestro. Per cui è umano, pure se tu sbagli non ti devi preoccupare, andiamo avanti perché sbaglio pure io…

Possiamo allora chiudere dicendo, con la tradizione, che sbagliando s’impara? Personalmente non apprezzo questa espressione perché non necessariamente un tentativo fallito porta apprendimento. Preferisco riformulare il concetto così: «Se provi a fare, anche se sbagli, puoi imparare». L’errore diventa utile solo se è inserito in un processo più ampio di riflessione continua. Se mi sono abituato a osservare i risultati del mio lavoro e a capire come mi permettono di crescere, anche sbagliare può essere utile. Se manca questa abitudine alla riflessività, l’errore non serve a nulla ed è comprensibile che si tenti di evitarlo a tutti i costi anche – presi dall’ansia da prestazione – cercando di “barare”.


immagine di copertina di Sabine van Erp da Pixabay